Freud e Mosè

Ho riletto Freud e il suo “Mosè di Michelangelo”.

Freud diceva, proprio a proposito del Mosè, che se un’opera ci provoca turbamento, solo indagando e interpretando le intenzioni dell’artista si può comprendere il nostro turbamento. Poi si lascia andare ad una delle sue disquisizioni proprio sulle diverse interpretazioni che hanno fatto tanti studiosi su questa opera, partendo dal racconto biblico che vede Mosè scendere dal Sinai, accorgersi che il suo popolo adora il vitello d’oro con feste e danze, e poi arrabbiarsi, scagliando le tavole della legge a terra, che quindi si rompono.

Il Mosè di Michelangelo è fermo nell’attimo prima di alzarsi e lasciar cadere le tavole oppure è Mosè nel suo riposo sublime, in una calma solenne, seduto nella sua collera, per sempre?

Mi perdo un pò nei ragionamenti freudiani, ho perso allenamento, mi sono allontanata dallo studio dei meandri della mente e dell’anima, così mi sono chiesta:

Non possiamo lasciare che l’arte risuoni in noi senza tradurla?

Per potermi rispondere sono andata li davanti, davanti al Mosè, nella chiesa di San Pietro in Vincoli, ad un passo dalla bolgia del turismo del centro di Roma, che però qui non arriva, chissà perché.

Lui era li, nel silenzio senza tempo, accigliato (lo avrei abbracciato). Lui era personificato, una leggenda, sembrava stesse facendo un comizio a quei pochi intervenuti, seduti su uno scalino, ai suoi piedi, in adorazione. Il suo comizio silenzioso risuonava in me, l’emozione era incredibilmente forte, ma indecifrabile, per poter dare ad essa un nome mi è servito Freud.

Quindi, la risposta alla mia domanda (non possiamo lasciare che l’arte risuoni in noi senza tradurla?) è che no, non possiamo, almeno non qui davanti (ma forse davanti a nessuna opera d’arte, indagare l’arte ci aiuta a capirla, così è più facile capire anche le nostre emozioni).

Impenetrabile, la rabbia sprezzante, un’orgogliosa semplicità, una dignità ispirata, fermo lì, nella sua perfezione di forme e di dettagli, così imponente eppure così gentile, il suo sguardo, difficile da sostenere, rivolto al futuro, pur senza pupille ma così intenso e vero.

Il turbamento è dovuto forse al “contrasto tra il fuoco interiore – così evidente – e la calma esteriore del suo portamento”. Un turbamento che resta intatto, anzi cresce, anche quando si indaga e si interpretano i significati.

Poi, che si sappia di arte oppure no, il miracolo è avvenuto anche stavolta, l’arte che è il mezzo per far emergere le nostre emozioni sepolte, l’arte che da il senso della bellezza e relativizza tutte le mediocrità del mondo, l’arte che dona un momento di luce e di pace.

Questo ha fatto il Mosè di Michelangelo, con me.

G.

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