Vacci a capire

foto Primitivo
foto Primitivo

Sabato gironzolando come mio solito tra banchi d’assaggio, amici e bicchieri, l’occhio si impunta: fanno il “remake” di una bella giornata! Accidenti, subito un brivido, quel volantino aveva acceso un nutrito gruppetto di neuroni. Come particelle nell’LHC, pensieri e ricordi cominciano a correre e rincorrersi a velocità assurde tra un emisfero e l’altro fino a portarmi indietro di un anno.
Non era un periodo grandioso, e nemmeno provavo a cambiare le cose. La mia amica lo sapeva.
“Sabato vieni, caviamo un po’ di tartufo e vediamo di mangiarcelo!”
Avrà anche un gran sorriso, e la ragionevolezza di una donna di successo, ma non è avvezza a chiedere. Io per contro non sono mai stato un martire della fatica e con facilità la pigrizia ha la meglio su di me.
Accetto di buon grado.
Con poco più di una e-mail trascino con me Serena: amica dal palato fine e sua figlia: metà dei miei anni e triplo del mio entusiasmo.
Sabato comincia subito bene, ci incontriamo e conosciamo mieli, ricotta e confetture della nonna. Una nonna davvero è li presente, ci racconta e si accerta che assaggiamo e gradiamo.
Siamo in tutto una dozzina di persone, decisamente assortite, la curiosità il nostro filo conduttore. Pochi minuti sulle jeep e siamo in montagna. Vi risparmio l’intera descrizione dei quadretti Bucolici tra i carpini e le querce, col cane, col sole e quell’arietta acconto di primavera ancora lontana a venire. Però non posso tacere la chicca, il top: sulla via del ritorno scorgo un “raponzolo”. Un tasso come me ti scatena una caccia al tesoro epidemica. Mezzora di battuta, dove la competizione e lo sfottò si fondono e confondono, dove persino Serena, che ne ignorava l’esistenza, ci perde una o due diottrie.
Tornati al ristorante dove i bottino ed i trofei extra vengono affidati allo staff dello chef (per gli amici il resto della famiglia).
Ricordo una cosa, e so di ricordarla molto bene (testimone mi è l’acquolina che mi sta venendo in bocca). Per tutto il tempo che Primo lo chef, ci ha eruditi sul come trattare il prezioso fungo, come e quando adoperarlo, io in testa non avevo altro: il raponzolo. Si quello grande, il più grande del mondo, a come lo avrei gustato e se mi avrebbe dato almeno la metà della soddisfazione che avevo avuto a trovarlo, pavoneggiandomi.
Di tutto il pranzo (del quale prometto di parlarvi prossimamente, polenta, taleggio, tartufo e trebbiano meritano un post a sé) vi mostro solo questo:

foto Primitivo
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Fritto è arrivato il raponzolo! La mia faccia, dovreste vedere ora la mia faccia, solo cosi potreste immaginare ciò che sto provando al solo ricordo. Sono sano al 100%? Anche per oggi lascerò questo tra tutti quei quesiti dei quali ignoro la risposta. Cosi come non saprò forse mai cosa in realtà di quella giornata mi abbia fatto stare così bene, mi faccia star bene ancora oggi. Confesso qui che nemmeno me ne frega molto di sapere se sia stato il contatto con la macchia, l’atmosfera squisitamente famigliare, il grande raponzolo piuttosto che il ben noto potere antidepressivo del tartufo e della bottiglia sua compagna. Fosse stato il mix di tutto questo? Non conosco la risposta, ma gli effetti si, mi è cambiata la giornata e le giornate a seguire. Sono cambiato io o la mia prospettiva? Che mi importa, non bisogna star sempre li a capire. Chiamo Serena e la invito a bissare.
Star bene per il gusto di star bene. No?!

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